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| Soldati in Vietnam |
1898, porto dell’Avana. Il cacciatorpediniere statunitense Maine, ancorato in acque cubane, esplode misteriosamente causando la morte di 260 persone. La stampa, ed in particolare il “New York Journal”, diffonde accuse e voci di sabotaggio rivolte agli spagnoli contribuendo a generare un clima di aspettativa per un intervento armato che miri a liberare Cuba dal dominio iberico. Su pressione dell’opinione pubblica il presidente William B. McKinley approva una risoluzione del Congresso che intima l’immediato ritiro delle forze militari spagnole dall’isola e, di fronte al rifiuto opposto da Madrid, giunge all’attesa dichiarazione di guerra. Per la prima volta, il potere dei media gioca un ruolo fondamentale nel dare inizio ad un evento bellico ed offre lo spunto per riflettere sull’importanza che l’informazione ricopre nella narrazione della realtà.
Guerra e mass media sono legati da un rapporto profondo. Fatta eccezione per la stampa, la natura stessa dei mezzi di comunicazione di massa è debitrice nei confronti delle tecnologie sviluppate in ambito militare: la radio nasce per esigenze di comunicazione tra soldati, la televisione si sviluppa a partire dal radar e internet è figlio di un progetto avviato dal Ministero della Difesa statunitense per consentire il passaggio di informazioni anche in caso di attacco nucleare. Il legame si intreccia poi ancor di più per ragioni economiche e commerciali, dal momento che la guerra è per i media un terreno fertile dal quale raccogliere materiale che possa essere venduto al pubblico. A queste, si aggiungono anche le logiche giornalistiche che regolano il sistema: utilizzati per definire l’idoneità di un fatto a trasformarsi in notizia, i criteri di notiziabilità” rispondono a parametri di tempo, attualità, pubblico interesse, vicinanza fisica, importanza dei protagonisti e inusualità nonché conflittualità, emotività e drammaticità dell’evento narrato. Sono queste premesse che rendono evidente l’interesse mediatico per i fatti di guerra, rispetto ai quali l’intera collettività mostra una maggiore domanda di informazione che si trasforma in un surplus monetario per le imprese dei media. Ma la funzione svolta dal sistema informativo si estende anche al controllo e al racconto di quanto accade nelle sale dei bottoni e, soprattutto, nelle zone di conflitto.
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| Matteo Ricci (1552-1610) |
"I primi missionari cristiani in Cina di cui abbiamo notizia, tra il VII e il IX secolo, sono stati dei monaci. A quel tempo non era una cosa strana per la Chiesa assira, al cui interno il monachesimo era fiorente e sviluppato. La Cina è stato il punto di arrivo di numerose missioni verso est: monaci che partivano dalla Mesopotamia o dalla Persia raggiungevano l'impero asiatico per confrontarsi con un contesto culturale e religioso tanto differente da quello cristiano". A conclusione del simposio "Mission and Monasticism" (Roma, 7/9 maggio) organizzato dalla Facoltà teologica del Pontificio Ateneo Sant'Anselmo in collaborazione con diverse Congregazioni monastiche per riflettere sulla relazione tra monachesimo e missione in chiave storico-teologica, Matteo Nicolini-Zani, monaco della Comunità di Bose e relatore al convegno in qualità di esperto di storia del cristianesimo in Cina, riflette sull'impegno missionario monastico nel gigante asiatico. "La prima missione dei monaci sino-orientali - spiega Zani - coincideva con la dinastia Tang. Un periodo di grande apertura che ha permesso l'arrivo in Cina di molte religioni, anche grazie alle possibilità offerte dalla Via della Seta e dai commerci che si svolgevano in Asia centrale". Al monaco di Bose abbiamo rivolto alcune domande.
Qual è la situazione odierna della presenza missionaria monastica in Cina?
"Bisogna aspettare la seconda metà del XIX secolo per vedere i primi monaci occidentali, cistercensi e benedettini, sul territorio cinese. Tuttavia, a causa della Rivoluzione comunista, quest'esperienza non ha avuto lunga durata e fino a poco tempo fa non si è più parlato di missionarietà monastica in Cina. Oggi, però, c'è un rinnovato desiderio nella Chiesa cinese di dare seguito a questa dimensione essenziale della spiritualità cristiana. Dagli anni Ottanta del secolo scorso, la presenza religiosa femminile ha potuto riprendere ufficialmente e al momento ci sono diverse Congregazioni femminili di vita attiva e contemplativa. Ma le autorità politiche e l'Associazione patriottica cattolica cinese (divisione dell'Ufficio affari religiosi della Repubblica popolare cinese creata nel 1957 per controllare le attività dei cattolici nel paese, ndr) non hanno mai permesso la nuova fioritura di una vita religiosa maschile.
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| San Giovanni Bosco |
"L'urgenza educativa non può essere separata dal sentirsi prete, all'interno di una visione del sacerdozio che è quella di una persona che si consacra totalmente alla cura del suo popolo e che ha un forte senso della propria identità nell'attenzione alle persone e ai loro problemi. È questo il contributo di don Bosco, non un teorico dell'educazione ma un educatore, pastore e amico dei giovani". In occasione del 150° anniversario dalla fondazione della Società Salesiana, don Aldo Giraudo, docente di storia della spiritualità all'Università Pontificia Salesiana, parla al SIR dell'educazione e del sacerdote-educatore alla luce dell'insegnamento di san Giovanni Bosco. "Di fronte ad un problema concreto, con sguardo animato dalla carità e senso di responsabilità pastorale, non ci si può limitare alla segnalazione del problema ma bisogna sentirsi interpellati a rispondere" perché "l'educazione deve abbracciare l'uomo in tutte le sue dimensioni e non può essere ridotta ai processi educativi, alla competenza dell'educatore e al riferimento ad una filosofia pedagogica".
Il Papa nell'indire l'anno sacerdotale si è soffermato anche sul ruolo educativo del prete: in che modo dovrebbe essere svolto questo compito ?
"Don Bosco ricordava che i ragazzi di oggi sono gli uomini di domani e la società di domani rispecchierà il tipo di educazione che noi diamo oggi ai ragazzi. Questa urgenza la percepiva all'interno di una visione pastorale e missionaria, sul modello di prete che si sente responsabile di fronte a Dio di tutti coloro che incontra sul cammino. Anche l'oratorio non è soltanto un luogo in cui i giovani trovano un prete che si prende cura di loro dal punto di vista dell'istruzione religiosa e della cura sacramentale, ma è soprattutto casa che accoglie, scuola che prepara alla vita, parrocchia che evangelizza, cortile per incontrarsi e vivere in allegria.